Il primo ricordo nitido degli Stati Uniti con le sue caratteristiche strade larghe dei piccoli paesini viene da un film. Quando avevo all’incirca quattro anni c’era un rito (condiviso da tantissime bambine e bambini all’epoca in Italia): i film su Italia 1. Ricordo che ogni settimana attendevo con trepidazione le 21:10 e spesso il sabato ruotava attorno a quel momento serale che mi ha accompagnato per tanti anni. Una sera vidi un film che mi rimase nel cuore per tanti motivi: Paulie – Il pappagallo che parlava troppo. Se dovessi individuare la mia prima scintilla verso gli Stati Uniti d’America sceglierei proprio questo film.
Negli anni, crescendo io e il mondo con me, ho avuto molte più possibilità di vedere l’America da lontano ma quel film è stato un vero punto d’inizio. Tuttavia non siamo qui per fare una rassegna cinematografica sui film per bambini dei primi anni 2000. Io sono qui per raccontarvi quello che è stato il mio breve ma intenso viaggio nella “Terra delle opportunità”. Una prima introduzione la trovate già a questo link. Direi di iniziare con il racconto.
Il momento della partenza
La fibrillazione iniziò molto prima dell’atterraggio, l’eccitazione per il viaggio che stavo per intraprendere è cresciuta piano piano fino ad esplodere sul finale. La felicità (e la commozione) per quello che i miei occhi stavano per vivere al momento non la posso paragonare a nessun’altra esperienza.
Un mercoledì notte nei primi di marzo è iniziato ufficialmente il mio viaggio da Firenze – Villa Costanza. Ero in attesa dell’Itabus che mi avrebbe portato fino a Milano Lampugnano. L’aria era moderatamente fredda ma non pungente, tipica di quelle notti a cavallo tra l’inverno e la primavera. L’impazienza che sentivo in me l’ho provata poche volte nella mia vita. Faticavo a realizzare fino in fondo che 24 ore dopo mi sarei ritrovato oltreoceano, a più di 6700km di distanza.
L’arrivo in aeroporto
Ho vissuto ogni momento del viaggio come se fosse una funzione religiosa. L’arrivo in aeroporto, il check-in al banco (che già di per sé rappresentava una novità assoluta perché con Ryanair non l’avevo mai fatto), la colazione mentre ammiravo aerei molto più grandi rispetto a quelli che ero abituato a vedere. Per chi non viaggia spesso questa vista è quasi disarmante. Dal frequentare piccoli e medi aeroporti (che collegano perlopiù le città europee) sono passato all’aeroporto di Milano Malpensa, il secondo aeroporto più grande d’Italia che collega città molto lontane e ospita compagnie viste solo in TV o su YouTube. La giornata non era certamente soleggiata e la vista era più cupa rispetto all’immagine che mi ero creato. Solo le livree degli aerei squarciavano in maniera regolare le nuvole grigie che avvolgevano Milano.
Nonostante il meteo imperfetto (almeno non pioveva) ero pronto ad imbarcarmi per il viaggio che, a posteriori, mi ha fatto capire tante cose su quello che voglio per il mio futuro. Decido di fare colazione prima dei controlli e scelgo il bar con la vista più vicina alla pista. Opto per un cornetto, una spremuta e un caffè. Mentre facevo colazione l’occhio cadeva spesso sul mio passaporto rosso bordeaux: più volte lo aprivo delicatamente, controllavo i miei dati e la pagina sulla quale successivamente avrei avuto il mio primo timbro. Oltre la vetrata, tra le decine di aerei, svettava il mastodontico Airbus A380 di Emirates, riconoscibile per la caratteristica di essere a due piani. Anche lui, come me, era in attesa del viaggio (questo aereo è uno dei più grandi aerei mai costruiti).
Qualsiasi cosa mi faceva sentire come un bambino che entra per la prima volta nel suo parco divertimenti preferito. Ogni cosa, dalle più importanti alle più stupide, mi elettrizzava. Ho trovato interessante persino i controlli di sicurezza, visto che per la prima volta non dovevo stare attento ai liquidi da portare in cabina.
Attraverso subito tutta l’area Duty Free che alternava ristorazione, negozi di lusso e negozi per i meno ricchi. Dopo aver completato il complesso slalom tra le luccicanti vetrine di Gucci, YSL e altri marchi (e dopo aver intravisto una mia compagna del liceo) arrivo alla fine. Lì inizia un lungo e tortuoso corridoio che porta ai vari gate. Mi dirigo con calma al gate, tenendo alla mia sinistra le enormi vetrate che dividevano il brulicante corridoio e la pista degli aerei.
La tentazione di mettermi subito in fila era tanta ma alla fine decisi di aspettare la fine e imbarcarmi tra gli ultimi, così da avere il tempo di controllare i miei articoli sul sito (usciti con immenso ritardo). Purtroppo non ho avuto la gioia di potermi imbarcare tramite il “finger” e ho raggiunto il Boeing 787-9 Dreamliner di Neos con la navetta. L’aereo aveva una livrea bicolore: inferiormente di colore bianco, sopra c’era un azzurro simile al colore del cielo quando è sgombro dalle nuvole.
Una breve recensione della compagnia Neos
Piccola recensione di Neos. Nonostante la configurazione sia solo Economy e Premium Economy, l’ho trovata comoda. Il poggiatesta ha le “alette” laterali e ti permette di dormire senza che la testa cada di lato. L’infotainment non era nulla di che, buon catalogo tra film e serie tv ma vi consiglio di usare le vostre cuffie con un adattatore. Wi-Fi a bordo gratuito per i primi 20 o 30 minuti ma non velocissimo; a meno che non dobbiate necessariamente lavorare potete anche evitare di pagare per il tempo rimanente del volo.

Una cosa che mi ha stupito in positivo è il cibo. Partiamo dalla presentazione con il bicchiere di vetro, le posate in acciaio e quasi tutte le portate nelle ciotole di ceramica (e non plastica). Oltre all’acqua offrivano anche un bicchiere di vino o una lattina di birra. Nel complesso ho mangiato bene, forse meglio all’andata con i tortelli rispetto al ritorno con la carne. Personale molto cortese e l’aereo era pulito. Il volo ha anche recuperato il piccolo ritardo che aveva. Nel complesso darei un bel 7 su 10.
L’atterraggio a New York..
Alla fine, una volta completato l’atterraggio, ho finalmente sentito quelle parole. «Benvenuti a New York, aeroporto di JFK». Purtroppo non avevo il posto finestrino bensì nel corridoio centrale. Cercavo di avvicinarmi il più possibile con il collo per sbirciare fuori e, nonostante la visuale molto limitata, le differenze si notavano subito. I camion e furgoni hanno un muso completamente diverso rispetto all’Europa, con una forma più allungata. Quello che però saltava di più all’occhio era la quantità smisurata di bandiere americane che si vedevano già dalla pista d’atterraggio e la cosa, devo ametterlo, non mi dispiaceva affatto.
Una volta parcheggiato l’aereo, scendo (con il finger, finalmente) e mi dirigo verso i controlli di frontiera. Nemmeno 10 minuti di coda e mi trovo di fronte ad un ragazzo afroamericano che avrà avuto al massimo tre o quattro anni in più di me, viso serio ma non burbero. Procede con le classiche domande di rito, controlla le impronte, apre il passaporto e poi applica finalmente il timbro… sulla pagina sbagliata. Inizialmente questa cosa mi ha dato un fastidio perché non era nella prima pagina (dove avrei voluto) ma successivamente, riguardandolo, non ci ho dato peso. Ero dove volevo essere ed ero felice, molto felice.
…e l’inizio dei problemi
Dribblo i nastri del ritiro bagagli e, in men che non si dica, sono fuori dalla zona arrivi e mi metto subito in cerca della macchinetta per le sim. Ne trovo subito una ma non riesco a pagare (nonostante abbia provato con tre diverse carte). Mi allontano, ne trovo una seconda dopo nemmeno 50 metri e riesco a comprare la sim. Salgo su nella zona check-in e al banco chiedo una spilletta per aprire lo slot delle sim. La inserisco, riaccendo il telefono e…..non va. Cambio slot, non va nemmeno questa volta. Inizio a dimenarmi tra i menù del telefono ma non trovo niente. «Ok, Giuseppe, respira» penso tra me e me.
Compro un donut e mi siedo, contatto l’assistenza samsung per capire come risolvere ma niente da fare. Il telefono non si connetteva né con la sim travel appena comprata, né con Vodafone e né con Iliad. Il tempo scorreva e dovevo assolutamente sbrigarmi per arrivare a destinazione. Ho anche provato a spostarmi in un altro terminal per farmi aiutare da una signora che, dopo vari tentativi, ha sentenziato: «You need a new smartphone».
Dopo una rabbia durata qualche minuto faccio un bel respiro e inizio ad annotarmi tutto l’itinerario da fare per arrivare a Maplewood. Ovviamente la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo. I treni da New York a Maplewood erano sospesi per lavori sulla linea (e sarebbero stati disponibili solo nel weekend). Ecco quindi cosa ho fatto per arrivare fino alla destinazione finale.
Consiglio per raggiungere Manhattan da JFK con meno di 20$

Prendere un taxi o un Uber per arrivare fino a Manhattan è bello solo se devi fare le clip per video o reels. Il miglior itinerario è il seguente:
- l’aeroporto JFK è collegato alla città con AirTrain, questa navetta collega anche i vari terminal. Spostarsi tra i terminal è gratuito, mentre per arrivare in città si paga 8,50$. Prendi l’AirTrain e arriva fino a Jamaica Station, il capolinea.
- Da Jamaica Station compra un biglietto e, con LIRR (Long Island Rail Road) arriva fino a Penn Station. Costa circa 6$.
Fine. Con meno di 20$ io sono arrivato a Manhattan, precisamente nello stesso punto dove si trova il Madison Square Garden. Risparmio di 90-110$ che ho potuto investire in altre attività o cibo. Torniamo al viaggio.
Arrivo fino a Penn Station e cerco il treno per Newark Penn Station, il punto più vicino a Maplewood. Nel frattempo la batteria del telefono scendeva molto velocemente. Arrivo a Newark con il 10% e, dopo una ricerca frenetica, trovo una connessione Wi-Fi. Scarico Uber, trovo subito un codice sconto e faccio appena in tempo a prenotare la corsa. Nel frattempo inizia a piovere e quindi attendo la mia autista sotto la pioggia. Una volta salito sulla macchina il telefono si spegne ma almeno ero sicuro che sarei arrivato a destinazione.
Finalmente raggiungo la mia meta
È buio appena l’Uber arriva a destinazione, aveva da poco smesso di piovere e l’asfalto luccicava riflettendo le poche luci provenienti dalle case. Sul ciglio della strada e nelle aiuole c’erano ancora cumuli ormai anneriti di neve diventata ghiaccio, eredità della grande tempesta che abbattutasi nella zona poche settimane prima e che secondo i meteorologi è stata la più forte degli ultimi 20 anni.
Non riuscivo a distinguere bene il colore della casa, le stanze che davano sulla strada erano spente e l’unica luce proveniva dalla porta d’ingresso di colore verde scuro, ben curata e senza alcun segno del tempo. Ero arrivato, nella maniera forse più inaspettata e probabilmente nel luogo che non avevo immaginato. Eppure ero lì, mosso dall’amore e dal desiderio di avventura mi sono spinto lontanissimo e probabilmente nessuno dei miei parenti stretti si è allontanato così tanto da casa. Questa cosa non mi importava perché stavo aggiungendo un nuovo, colorato e luccicante tassello al mio mosaico. Finalmente ero nel New Jersey, finalmente ero arrivato negli Stati Uniti d’America.
Nel prossimo post vi racconterò la mia esperienza di New York dopo solo un giorno e mezzo



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