Il blog di Giuseppe Castellino

Attraversare New York a piedi: il mio itinerario da Harlem al Ponte di Brooklyn

Sono passati un paio di mesi da quando sono stato negli Stati Uniti. La FOMO è finita, l’esperienza si è sedimentata e nella mia mente sono rimasti tutti i ricordi di questa città che… definire incredibile è riduttivo. Ho già scritto del mio viaggio negli USA (trovate un articolo qui e un altro qui) ma oggi racconterò del mio itinerario a New York fatto a piedi (ho camminato davvero tanto).

Quando vedete su Instagram migliaia di reels dove le persone ripetono in continuazione “Quanto è bella New York!” oppure “Quando riparti da New York lasci un pezzo di cuore“, vi posso assicurare che non hanno tutti i torti. Nonostante i suoi mille difetti e la sua enorme estensione.

La Grande Mela è una città magnetica, con una capacità unica di sapersi rigenerare (ci torneremo più avanti). È così che puoi ammirare, per esempio, una vecchia ferrovia sopraelevata trasformata in una passeggiata suggestiva, la High Line. Andiamo però con ordine e iniziamo dal principio.

Un primissimo sguardo furtivo

La prima vera volta che ho visto New York con i miei occhi e da vicino (perché, a mio modesto parere, non vale se la vedi solo dal finestrino dell’aereo) era durante la mia impresa per arrivare a Maplewood. Dovevo per forza fermarmi a Penn Station per il cambio treno e, dato che avevo una ventina di minuti a disposizione, decisi di uscire per un minuto.

Il momento in cui sono arrivato a Penn Station era particolare. Da una parte c’erano i pendolari che tornavano a casa dopo una giornata di lavoro: chi si dirigeva verso i treni che portavano fuori New York, chi invece prendeva la metropolitana. Dall’altra parte c’erano tantissimi tifosi dei New York Rangers, squadra di Ice hockey che avrebbe giocato al Madison Square Garden quella sera. Sinceramente non ritenevo possibile una partita di hockey in un palazzetto che di norma ospita le partite di basket (e dire che un po’ di sport americano lo seguo).

In mezzo a questa folla brulicante di anime cerco faticosamente le scale più vicine che portino in superficie. Trovo con un po’ di fortuna le scale principali, che fuori si distinguono per l’enorme vetrata sorretta da travi in acciaio. Trascino con fatica la mia valigia mezza scassata facendomi strada tra le persone e salgo con le scale mobili. Piano piano la luce fredda dell’enorme corridoio si affievoliva e iniziavo a intravedere diversi colori che si mescolavano tra loro e si riflettevano nelle vetrate. Più salivo, più quei colori si facevano intensi e si susseguivano rapidamente.

Le scale mobili finiscono la loro corsa, indugio per un attimo e poi inizio a farmi avanti di qualche passo. La cosa che mi è venuta più naturale fare (e non faccio quasi mai se ci penso) è portare il naso all’insù e guardare i palazzi. Nei dintorni di Penn Station non troviamo certamente gli edifici più alti di Manhattan ma, per una persona che è abituata alla piccola città medievale di Siena, è mozzafiato vedere tutti questi edifici che tendono alle stelle. Le luci che vedevo altro non erano che emanazioni luminose dei ledwall pubblicitari sparsi qua e là tra i palazzi.

Ero in videochiamata in quel momento. Dopo aver fatto un giro su me stesso ammirando tutto quello che prima vedevo solo in TV, ho rivolto nuovamente lo sguardo verso il telefono. Mi è venuto spontaneo il caratteristico sorriso mezzo ebete mezzo soddisfatto. Dentro di me dicevo “Incredibile, sono qui. Ce l’ho fatta, anche se per poco, ce l’ho fatta”.

Da Maplewood a Manhattan: l’arrivo a Penn Station

Quella sera mi dovetti accontentare solo di un breve sguardo ma l’appuntamento con la Grande Mela sarebbe arrivato presto, appena due giorni dopo.

Una colorata colazione americana completa con avocado toast su pane rustico, uova strapazzate e una ciotola di frutta fresca mista

Sabato mattina ci siamo alzati di buona lena. Dopo una colazione americana completa abbiamo preparato gli zaini e ci siamo diretti verso la piccola stazione locale di Maplewood. Man mano che il treno si avvicinava a Penn Station, cresceva anche la mia impazienza. Non vedevo l’ora di scendere, mettermi in strada e iniziare a camminare per scoprire New York.

Una volta usciti da Penn Station, abbiamo fatto una cosa tipicamente americana: siamo stati da McDonald’s. Avevo necessità di sedermi 5 minuti in un posto con il Wi-Fi per impostare la mia e-Sim.

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Prima tappa: il Bronx e lo Yankee Stadium

Era tutto pronto. Usciamo e imbocchiamo la West 34th Street, arriviamo fino all’isolato successivo e… di nuovo in metro. Il piano è stato il seguente: invece di rimbalzare da un lato all’altro di Manhattan scegliamo un punto e da lì scendiamo o saliamo. Optiamo per andare a nord, direzione Bronx.

Dato che non ho potuto vedere il Fenway Park di Boston ho optato per lo stadio di baseball più famoso al mondo: lo Yankee Stadium. Ahimè (ma anche per fortuna di chi era in mia compagnia) il museo era chiuso visto che c’era una partita di calcio in programma. Mi accontento quindi di vederlo da fuori, facendo a piedi tutto il perimetro esterno dello stadio. I vecchi stadi di baseball sono qualcosa di difficile da descrivere. Vecchio e nuovo si mescolano, creano una sintonia e non ti danno la sensazione di avere davanti questa contrapposizione…

Harlem: brownstones, chiese e cultura afroamericana

Farsela a piedi fino ad Harlem pareva una scelta quanto meno azzardata. Decidiamo quindi di prendere la metro e scendere al centro del quartiere. Harlem fu fondata dagli olandesi come Nieuw Haarlem, mentre New Amsterdam era il nome dell’insediamento olandese sull’isola di Manhattan (l’attuale Lower Manhattan, prima della conquista inglese del 1664). Negli anni ’20 del Novecento divenne il centro della cultura afroamericana e oggi quello che puoi trovare qui è il ritmo. Non vieni ad Harlem per vedere l’architettura o luoghi iconici; ci vieni soprattutto per il jazz, il soul e le messe con i canti gospel.

Purtroppo eravamo a ridosso del pranzo e ci siamo dovuti accontentare di vedere solo il quartiere, ma a me questo è bastato. Quella giornata mi aveva fatto maturare una prima impressione: New York ha una capacità quasi unica di cambiare pelle senza necessariamente cancellare quella precedente. Quando ero nel Bronx le case erano costruite secondo un certo stile, scendendo giù ne ho trovato un altro completamente diverso. Questa città riesce a preservare quello che c’era prima, ricostruisce senza snaturarne l’identità. Io ho fatto l’esempio di Harlem ma in giro si possono trovare tanti altri esempi, ve ne lascio uno qui.

Le brownstones e l’anima del quartiere

Lo stile di questo quartiere è quasi straniante rispetto a tutto il resto. Mentre siamo abituati a vedere grattacieli e palazzi, ad Harlem troviamo le brownstones. Sono edifici costruiti con arenaria marrone e le riconosci non solo dal colore ma anche dalle caratteristiche scale che portano all’ingresso.

Le chiede di Harlem e i canti gospel

Un’altra caratteristica di questo quartiere sono le chiese: le trovi ovunque, a volte puoi trovarne una di fronte all’altra. Diversi stili, diversi colori ma tutte uniche nel loro genere come i gioielli che impreziosiscono una corona. Se passi ad Harlem la domenica, entra in una di queste chiese e ascolta le messe accompagnate dai canti gospel. Io non ho avuto la fortuna di ascoltarle ma conto di farlo la prossima volta che andrò.

Central Park: entro il polmone verde di New York

Abbiamo camminato tanto, forse mezza Harlem è stata battuta a piedi. Ci imbattiamo in un complesso di palazzi residenziali altissimi con al centro un Playground e un campo da basket (tenuto molto bene). Attraversiamo il complesso e ci ritroviamo a ridosso di Central Park. Prima di entrarvi decidiamo di prendere dei nuggets come spuntino pre-pranzo.

Capisci subito che ti stai avvicinando a Central Park. Il frastuono delle macchine diminuisce sempre di più fino a diventare un impercettibile rumore di fondo. Al posto dello strombazzare dei veicoli inizi a sentire i rumori della natura: il fruscio degli alberi, i versi degli animali, anche l’aria intorno inizia ad essere più leggera. Devo dire che se abitassi a New York andrei a fare un picnic a Central Park almeno una volta ogni due settimane.

Questo enorme parco non ha bisogno di presentazioni, l’avrete sicuramente visto e sentito ovunque. Posso però dirvi quali sono state le mie reazioni nell’attraversarlo, cosa sentivo. Iniziamo con il dire che sono rimasto molto colpito dalla cura con cui viene tenuto. È tutto pulito, sono entrato in due bagni pubblici ed erano in buone condizioni (ma questa è una caratteristica che ho notato per tutta New York). Le stradine ricevono la loro manutenzione come i campi da baseball, questi ultimi vuoti perché a marzo fa ancora freddo.

Belvedere Castle: la storia dietro il castello di Central Park

Oltre alla ormai inflazionata Bethesda Terrace che avrete sicuramente visto in tanti film e serie TV (per esempio Gossip Girl e White Collar) c’è anche qualche altra chicca che merita quanto meno un pochino di tempo. Quasi al centro di Central Park si trova “Belvedere Castle” (e no, non lo sto nominando solo perché Castle è il mio soprannome).

Su internet viene descritto come un “capriccio architettonico” ma c’è di più. Costruito nella seconda metà dell’Ottocento, l’edificio si ispira all’architettura gotica e romanica di stampo europeo. Di due torri venne edificata solo quella orientale, mentre al posto di quella occidentale venne fatto un padiglione di legno dipinto. Oltre al gusto estetico questo edificio dal 1919 ha avuto anche la funzione di stazione meteorologica per Central Park. Purtroppo, quando l’attrezzatura fu spostata al Rockefeller Center negli anni ’60, l’edificio cadde nel degrado. Solo di recente è stato recuperato grazie (e ripeto, grazie) all’associazione Central Park Conservancy e dal 2019 possiamo ammirare tutto Central Park da lassù.

Dove mangiare vicino a Central Park: Liberty Bagels

Se durante l’ora di pranzo vi trovate nella parte bassa di Central Park, c’è un posto in cui dovete andare. Non sto parlando del famosissimo Hotel Plaza, immortalato in tutte le salse ma celebre per Mamma ho perso l’aereo – Mi sono smarrito a New York.

Non parlo nemmeno del fantastico Apple Store sotterraneo (Fifth Avenue) che si trova lì di fianco ed è aperto H24. A proposito, quando sono stato lì hanno tenuto un evento a tema Formula 1 e ho avuto la possibilità di vedere una monoposto della “neonata” scuderia Audi con i miei occhi. Ho visto anche il chiacchierato Vision Pro (ma ahimè non ho potuto provarlo, si fa su appuntamento).

Durante l’ora di pranzo e in quella zona dovete provare assolutamente Liberty Bagels. Si trova praticamente dietro l’Apple Store, è piccolino ma merita sicuramente una possibilità. Dentro non è grandissimo, ci saranno sì e no una dozzina di posti a sedere e noi abbiamo avuto fortuna a trovare due sedie libere. Ci sono combinazioni e bagels per tutti i gusti, ma tutti proprio. Bagel, bagel salati, bagel integrali, bagel arcobaleno e altri che francamente non ricordo. Conservo ancora il foglietto con il mio ordine. Bagel salato con doppio bacon, meat e egg&cheese, erano le 15:30 e avevo troppa fame quindi dovrete accontentarvi del ritaglio di questa foto. Molto buono, dire 4 stelle e mezzo su 5.

Verso sud direzione Rockefeller Center: la “città nella città”

E mentre ci spingevamo più giù, iniziavamo ad entrare in un’altra città senza uscire da New York: il Rockefeller Center. Una delle cose più strane che sentivo man mano che mi avvicinavo era la mancanza di sensazione legata al nuovo. Il fatto è che quei luoghi li ho visti sempre nei film e nelle serie tv, soprattutto quando si avvicinava il Natale. Eppure, quando lo vedi dal vivo, rimani quasi attonito.

Il Rockefeller Center nasce negli anni Trenta, in piena Grande Depressione. John D. Rockefeller Jr. aveva immaginato una sorta di “città nella città”: uffici, negozi, spazi culturali e luoghi di intrattenimento concentrati in un unico enorme complesso. La costruzione iniziò nel 1932 e, nonostante il periodo storico tutt’altro che favorevole, il progetto andò avanti fino a diventare uno dei simboli della New York moderna.

Al centro della “città nella città” e davanti all’ingresso del grattacielo principale c’è il luogo di aggregazione per eccellenza: la famosa pista di pattinaggio con il Prometheus dorato a proteggerla. Quanti film romantici ho visto con scene ambientate proprio lì. Un piccolo consiglio: andateci due volte. La prima volta alla luce del sole per vedere tutto in modo nitido; la seconda volta di sera quando l’atmosfera è più suggestiva.

E siate ottimisti come il signor Rockefeller che all’ingresso ha riportato una frase tratta da Isaia: “Saggezza e conoscenza saranno la stabilità dei tuoi tempi“. Io ultimamente non sono così ottimista.

Times Square: le mille luci nel cuore di Manhattan

Dal Rockefeller Center la nostra direzione era quella di andare verso sud, con il ponte di Brooklyn come meta finale. La mia guida mi aveva illuso dicendomi che saremmo saliti su un rooftop completamente gratuito ma che, alla fine, non abbiamo mai trovato. Mi sono accontentato di vedere il MoMA… da fuori.

La seconda illusione è avvenuta subito dopo, quindi leggete bene perché posso evitarvi una delusione. La persona con me aveva bisogno del bagno e io della mia dose di caffeina. Apro Google Maps, vedo che c’è Eataly nelle vicinanze e penso: “Perfetto, così posso provare l’espresso oltreoceano”. Lei si dirige verso il bagno e io ordino il mio espresso. Noto che la loro macchina è una La Marzocco e dentro di me dico “Non possono sbagliare, hanno tutti gli strumenti giusti”. Ragazze e ragazzi, non so come ma sono riusciti a farlo uscire annacquato. Non era il caffè americano e nemmeno espresso. Era una cosa totalmente sbagliata.

Cosa ci insegna questa piccola disavventura? Che quando vai all’estero non devi per forza cercare le cose italiane. Anzi, vai sempre di più verso il cibo e il bere del luogo.

Passiamo per Broadway, e tra le insegne luminose arriviamo nel posto più turistico e tra i simboli di New York: Times Square.

Uno degli snodi principali di Manhattan sia per i turisti che per chi gira con la macchina. Ad ogni angolo trovi persone intente a farsi foto e video, con il naso all’insù per cercare il cielo oltre i grattacieli. Io mi sono fermato prima, il mio sguardo non andava oltre le insegne pubblicitarie che abbracciavano la piazza, tutt’ora non saprei dire se in una morsa o meno. So solo che in casa mia, a Siena, ho una foto di New York stampata su tela, ritrovata in casa dei miei genitori anni fa e portata qui per abbellire il salotto. Ogni tanto, durante le mie colazioni, guardo questa foto e dico: “Ancora non ci credo che sono stato lì!”

A Times Square c’è un colore dominante: il rosso. Spesso lo vedi nei ledwall in maniera intermittente ma non solo lì. Lo trovi anche a terra, più precisamente sulle scale che non portano da nessuna parte. Avete capito bene, nel bel mezzo della piazza c’è una scalinata rossa che non porta da nessuna parte. Ovviamente non sono impazziti ma devo dire che usare le scale per coprire una biglietteria è una trovata geniale. È il classico punto dove la gente va a farsi le foto con i palazzi luminescenti sullo sfondo. Io, non potendo esimermi, l’ho fatto.

Successivamente ci rimettiamo in cammino. Senza prendere la metro sgattaioliamo via tra i vicoli della Grande Mela. Passiamo sotto la sede del New York Times (con foto di rito, ovviamente), il sole che era coperto dalle nuvole scendeva e le luci della città iniziavano ad essere le uniche fonti di luce in grado di guidarci. Ad un certo punto avverto una sensazione di vuoto, improvvisamente non ci sono più grattacieli davanti a me, solo una grande piazza con un edificio bianco a lato. Stavo camminando su una cicatrice vivente e non me ne ero ancora reso conto: ero arrivato al 9/11 Memorial.

Downtown Manhattan

Il 9/11 Memorial

Credo sia inutile raccontare che tipo di luogo sia questo, è difficile spiegare a parole la carica emotiva che aleggia in questa piazza. Se venite con il treno uscite sicuramente dalla stazione World Trade Center, un edificio mozzafiato dal punto di vista architettonico e ricostruito dopo la tragedia del 2001. Una forma particolare da fuori mentre, se vista dall’alto, ricorda vagamente una cicatrice.

Al centro della piazza, nascosti tra gli alberi, due enormi piscine a cascata che ricalcano il perimetro delle due torri. Il rumore era assente, l’atmosfera sospesa e le luci delle piscine illuminavano i nomi delle vittime. Sopra di noi, nonostante l’inquinamento luminoso prodotto dalla città, riuscivo ad intravedere qualche puntino luminoso nel cielo. Quando ci siamo allontanati dal 9/11 Memorial mi sentivo strano, meno spensierato.

Wall Street – dove passa tutta la finanza mondiale

Eppure non volevamo fermarci, la nostra meta finale era ancora lontana e dovevamo arrivarci. Prima però abbiamo aggiunto una tappa in più che è stata vista solo per “metà”. Non molto lontano dal 9/11 Memorial c’è uno dei cuori pulsanti dell’economia mondiale. Il luogo che ha fatto da sfondo a film iconici come Una poltrona per due. Sto parlando proprio di Wall Street, un luogo apparentemente insignificante da fuori. Lo riconosci solo grazie alle strisce led fuori che ti danno informazioni sugli indici azionari.

Credo sia una tappa alquanto noiosa se non hai la possibilità di entrarci, da fuori non è niente di che e nel periodo in cui sono stato io era pieno di cantieri tutto intorno. Semmai una cosa più turistica da vedere potrebbe essere la statua del toro, peccato che noi non l’abbiamo proprio trovata. In quel momento nemmeno Google Maps ha saputo aiutarci e quindi, dopo un po’ di ricerche, ci siamo arresi e ci siamo diretti verso l’ultima tappa.

L’inconfondibile Brooklyn Bridge: la tappa finale

Il tempo si faceva man mano più brutto ma niente pioggia torrenziale o neve (appena due settimane prima tutta la zona è stata investita da una delle più forti tormente di neve della storia). Una nebbiolina ha iniziato ad avvolgerci tutto intorno, ci vedevamo da vicino ma più lontano non era affatto facile. Gli edifici si facevano sempre più bassi e ad un certo punto vediamo una serie di strade che si incastrano tra loro, poco più avanti una luce nella nebbia.

La stanchezza della giornata si faceva sentire e anche le scarpe – non adatte per fare quasi 40.000 passi – ma oramai la meta era vicina anche se indistinguibile. Più ci avvicinavamo e più la fisionomia del ponte di Brooklyn si delineava ai nostri occhi.

Alcuni fanno fatica a credere che questo ponte colleghi due dei quartieri simbolo di New York da quasi 150 anni. 143 per la precisione, da quando fu inaugurato nel 1883. A quel tempo era il ponte sospeso più lungo del mondo. Alla costruzione, iniziata nel 1869, lavorarono oltre 600 persone: costo finale, 15,5 milioni di dollari dell’epoca.

Mentre eravamo su quel ponte la mia mente era attraversata da una miriade di pensieri. Chissà quanti newyorkesi ogni giorno attraversano quel ponte per andare al lavoro, tornare a casa, andare a trovare un proprio caro o semplicemente fare una passeggiata come noi; mi sentivo così piccolo. Trovata una panchina libera, decidiamo di sederci mentre la nebbia si dirada. Vedevamo gli edifici di Brooklyn illuminati, tante persone normali nelle loro case e nei loro uffici a condurre vite normali. A volte do per scontato quante persone abitano il nostro pianeta, miliardi di possibili connessioni che possono crearsi e che non avvengono mai.

I miei pensieri correvano veloci come le macchine che sotto di noi attraversavano il ponte, imponente per il compito che assolve ogni giorno. Chiudo per un istante gli occhi, assaporo il momento, li riapro e mi guardo nuovamente intorno. Ero lì a 6.728 km lontano da casa dopo aver attraversato l’Oceano, in posti che avevo visto solo in foto. Nonostante tutto ero grato per quel momento, per quello che stavo vivendo.

Decidiamo di restare un altro po’. Mentre ci guardavamo intorno io fantasticavo sulle vite delle persone che vedevo nelle finestre. Immaginavo che qualcuno venisse da molto lontano e fosse lì per costruirsi una vita. O magari erano persone degli Stati vicini perché volevano immergersi nella vera vita newyorkese.

Il tempo, si sa, è tiranno e non si è dimostrato clemente nemmeno quella sera. Decidiamo di attraversare tutto il ponte, arrivare a Brooklyn e poi prendere la prima metropolitana disponibile. Lì sarebbe iniziato il nostro ritorno verso Maplewood, la cittadina del New Jersey di cui mi sono letteralmente innamorato (ma questa è un’altra storia anche se ne ho già parlato in un articolo precedente). In quel momento non avevo in programma niente, non sapevo se sarei tornato o meno a New York. Però ho preso consapevolezza di una cosa: gli Stati Uniti mi sono entrati sotto la pelle. C’è qualcosa lì che aspetta me per essere scoperta e non la troverò restando qui in Italia.

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